La strage del Dubac

Sirio e DubacLa sera del 21 settembre, mentre la Divisione staziona a Delvino, due aerei italiani lanciano un dispaccio, a firma del Capo di Stato Maggiore Generale Ambrosio, per il Generale Chiminiello che così recita : "Mantenete la Vostra salda compagine: resistete ed attendete fiduciosi i soccorsi che stanno per giungere a Porto Edda, per restituirvi alla Patria che vi attende con orgoglio."
Rincuorato da tali parole, il personale della Divisione raggiunge Santi Quaranta il 22 settembre. Nella cittadina portuale riparano sbandati da diverse località dell’interno dopo marce epiche ed estenuanti: molti uomini della Divisione Parma e del 130° Reggimento della Divisione “Perugia”, fuggiti nel campo di concentramento di Drashovica, ove erano reclusi.
          Un primo gruppo si imbarca per Brindisi la sera del 22 settembre accompagnato dal Tenente Colonnello Emilio Cirino, Comandante del II Battaglione Ciclisti del 129° Reggimento, che torna in Albania con le navi Dubac, Salvore e Probitas la sera del 24 con l’ordine di rimpatriare i soldati riempiendo le navi al massimo della loro capienza.
Un secondo gruppo si imbarca la sera del 24 settembre per partire alla volta di Brindisi il 25 settembre verso le ore 2.00.boa2 300X184 
          La nave da trasporto Probitas, la più grande per stazza e capienza, a causa di un’avaria, è costretta a rimanere in porto. Sarà affondata dall’aviazione tedesca il giorno successivo, nel disperato e coraggioso tentativo di guadagnare il mare aperto e liberare il porto. Il relitto (clicca qui per vedere il video del relitto), segnalato da una boa, ancora oggi giace sul fondo della baia di Santi Quaranta.

          Sulla motonave Salvore trovano posto circa 80 tra feriti e ammalati e sul Dubac vengono imbarcati i soldati sbandati, disarmati, senza uniforme né equipaggiamento; in pratica tutti i fuggitivi dal campo di Drashovica. Quando il Dubac prende il largo alla testa del convoglio la tolda è satura di soldati stipati fino all’inverosimile. Sulla sua sinistra si pone il cacciatorpedienere Sirio, mentre il Salvore li segue scortato sulla destra dalla Corvetta Sibilla.
          Verso le 6.00, nel mezzo del Canale d’Otranto, un ricognitore tedesco avvista il convoglio. Dopo circa un’ora, uno stormo da combattimento composto da 12 stukas attacca le quattro navi. La formazione si apre e le navi veloci, per evitare di essere colpite, effettuano ampie manovre e rispondono al fuoco. Risponde al fuoco anche il Dubac, con l’unica mitragliatrice piazzata sulla torretta peraltro subito centrata e distrutta da una bomba, ma la sua stazza gli impedisce di manovrare velocemente per evitare il bombardamento.
          Gli stukas, impietosamente, mitragliano i passeggeri inermi e disarmati durante la picchiata per poi sganciare la bomba sulla tolda. La gran parte viene colpita a morte dai proiettili delle mitragliatrici. Molti vengono disintegrati dalle bombe che danneggiano seriamente anche la nave.
          Diversi soldati si buttano a mare, altri vengono schiacciati dalla folla che in preda al panico muove disordinatamente. Altri ancora, paralizzati dalla paura, attendono immobili. L’unica arma di difesa di ognuno è la speranza di non essere colpito. E’ una strage! Una carneficina di immani proporzioni.
Così scriverà il Sottetenente Minozzi sul suo memoriale:
Il Dubac, sovraccarico di militari stipati in coperta, tosto immobilizzato, crivellato di mitraglia e inesorabilmente bombardato dal terrificante carosello aereo, più non governa e sbanda sulla fiancata di destra. Centinaia di soldati trovano la morte, sono orrendamente feriti, dispersi in mare periscono per annegamento. Con paurosa inclinazione il relitto, col suo carico dolorante, raggiunge Capo d’Otranto e si incaglia sulle scogliere. Lo visiterò qualche giorno più tardi, rendendomi conto con maggiore esattezza dell’immane sinistro.
          Al termine dell’attacco durato circa una ventina di interminabili minuti, il Dubac, sbandato sul fianco sinistro, tenta il tutto per tutto. A bordo, tra il sangue, le urla e le implorazioni dei feriti, qualcuno organizza le operazioni di salvataggio dei superstiti e della nave. I soldati vengono inviati ad occupare la parte destra del ponte per controbilanciare lo sbandamento a sinistra determinato dalla falla, poi con le macchine al massimo della pressione, la nave procede a tutta forza verso la costa salentina per incagliarsi. L’unico modo per trasbordare i feriti in sicurezza ed evitare l’affondamento del piroscafo è il suicidio sulla secca.
          Dopo aver ricercato l’incagliamento, i superstiti vengono tratti in salvo dai pescatori di Otranto che, a bordo dei propri pescherecci, li trasportano in salvo. Una volta sbarcati, i sopravvissuti, ancora increduli, baciano la terra, piangendo per la gioia di essere vivi e per il dolore causato dalla morte dei compagni.
          Tuttora, il numero delle vittime del Dubac non è certo, Le cifre parlano di 70 caduti. Un numero assolutamente insignificante in relazione agli accadimenti.