La divisione Perugia

          La Brigata "Perugia", dopo essersi distinta nel corso della prima guerra mondiale, viene sciolta e ricostituita in forma di Divisione in occasione dello scoppio della secondo conflitto. Dopo un periodo passato a presidio della regione dalmata, viene prima trasferita nel Montenegro e poi, dall’agosto 1943, in Albania ove permane, nel settore di Argirocastro, Klisura, Tepeleni e Delvino, fino all'armistizio dell'8 settembre. 
          Alla data dell’8 settembre, la Divisione Perugia occupa un settore molto ampio del territorio albanese. Il Comando della Divisione è stanziato ad ARGIROCASTRO con il Comando del 129° Reggimento. Il settore di DELVINO è affidato al II Battaglione "Ciclisti", al comando del Tenente Colonnello Emilio Cirino, coadiuvato dall'aiutante maggiore Ten. Vincenzo Rago, mentre a GIORGIOCASTRO viene stanziato il III Battaglione, al comando del Maggiore Mario Gigante.
          Il 130° Reggimento, comandato dal Colonnello Eugenio Ragghianti, occupa il settore di TEPELENI al comando del Colonnello Giuseppe Adami, vice comandante della Divisione, con il comando del 130° Reggimento, agli ordini del Colonnello Eugenio Ragghianti ed il II Battaglione del 130° Rgt. comandato dal Tenente Colonnello Lorenzo Lagorio. A PREMETI viene dislocato il III Battaglione del 130° Fanteria comandato dal Maggiore Simone Ciampa.
          A KLJSURA, infine, è dislocato il I Battaglione del 130° al comando del Ten. Col. Gino Ferri.
Dopo aver appreso la notizia dell’armistizio, i reparti della Divisione decidono la propria sorte in modo diverso.
          A Tepeleni, il Col. Adami ed il Col. Ragghianti, isolati e senza ordini, decidono di aderire alle incalzanti richieste tedesche. E così, all'alba del 14 settembre, nel cortile del castello, il 130° Reggimento si spoglia delle armi che consegna ai tedeschi determinando così la sua fine. Gli uomini vengono fatti prigionieri e avviati verso i campi di concentramento di Mavrova e Drashovica, rispettivamente a 13 e a 8 km da Valona, in prossimità del greto del fiume "Shiushica", dove erano già rinchiusi gli uomini della "Parma". Nella notte fra il 14 e il 15 settembre, un deciso attacco dei partigiani albanesi consente a molti soldati di fuggire e di dirigersi verso Porto Edda. Quelli che vi arriveranno, logori, affamati e disarmati, potranno imbarcarsi per l'Italia la notte del 24 settembre sulle motonavi Dubac e Salvore. Altri termineranno la guerra da prigionieri nei campi di concentramento tedeschi e polacchi.
Il Generale Chiminello, invece, stretto fra le richieste di disarmo avanzate dai tedeschi e dagli albanesi, il 16 settembre inizia a muoversi da Argirocastro verso Porto Edda, nella speranza di potersi imbarcare per l’Italia. Il mattino del 19 settembre la Divisione giunge a Delvino e trova una delegazione di nazionalisti albanesi che tornano a chiedere al Generale Chiminello la consegna delle armi in cambio di una via sicura verso Porto Edda. Le parti si accordano: gli italiani avrebbero lasciato le armi agli albanesi soltanto al momento dell' imbarco per l'Italia; in cambio gli albanesi avrebbero garantito viveri ed un tragitto sicuro fino a Porto Edda. Da quel porto, tra il 22 e il 25 settembre, numerosi soldati riusciranno ad imbarcarsi per l’Italia. Ma sarà il prologo della strage del Dubac.
          Nel frattempo, la divisione è costretta a muovere per Porto Palermo poiché i tedeschi, avendo occupato l’isola di Corfù, impediscono l’accesso alla baia di Porto Edda. Durante la marcia, due partigiani si recano a colloquio dal Generale Comandante chiedendo la consegna di tutte le armi. Dopo una estenuante trattativa, il Generale Chiminello finisce per cedere alle richieste degli albanesi e da l'ordine di consegnare le armi ad eccezione degli ufficiali cui viene accordata la possibilità di conservare la propria pistola di ordinanza.
          La Divisione, ormai composta da un gruppo di quattromila uomini disperati, il 27 settembre giunge a Borsh, 3 km a sud di Porto Palermo, ove rimane nei tre giorni successivi nella vana attesa delle navi italiane. La Divisione "Perugia" è stata abbandonata al suo destino.
          Nel frattempo, il pomeriggio del 29 settembre, soldati tedeschi del I Battaglione del 99° Reggimento al comando del Maggiore Siegfried Dodel sbarcano a Porto Edda e risalgono verso Porto Palermo. Mentre la maggior parte dei reparti decise di fermarsi a Borsh ignara del tragico epilogo che l’attende, nella notte del 30 settembre ottobre il "gruppo Lanza", composto dal Comando del 129° reggimento e dall'intero II Battaglione "Ciclisti" con i Servizi, sorretto da una fede indomita e da una speranza mai sopita, decide di prendere la via della montagna e punta verso Kuç. Alla partenza da Borsh, la Bandiera di Guerra del 129° Reggimento viene divisa in parti uguali e i brani affidati agli ufficiali del Reggimento che giurano di ricomporla in Patria.
          Al mattino seguente, su indicazione di un albanese che esclude pericoli, il gruppo scende a valle. Ma trova le truppe tedesche. Così, alle 17.40 di martedì 5 ottobre, circa ottocento militari italiani cadono prigionieri. Tra loro, 44 ufficiali di cui 6 medici.
          I tedeschi impongono una marcia forzata verso Kuç. A 5 km dal paese gli Ufficiali vengono separati dalla truppa. E mentre quest'ultima viene avviata verso Santi Quaranta, agli Ufficiali viene imposto di percorrere di corsa i 5 km verso il paese. Poi vengono separati i medici dagli uficiali di arma combattente che sono rinchiusi in una casetta lurida adibita dai tedeschi a latrina. Qui viene loro servita l'ultima cena: un chilogrammo di pasta scaldata con un pugno di sale, servita in una latta arrugginita. L’acqua non viene concessa.
          Il mattino seguente, 7 ottobre 1943, nei pressi dell'alveo del fiume Shushica, un sottotenente tedesco legge loro la sentenza di condanna a morte mediante fucilazione nel petto per tradimento. Nessun interrogatorio dei prigionieri, nessuna difesa, nessuna corte marziale. Una sentenza scritta prima del processo dalla penna del vigliacco criminale di guerra tedesco Walter Stettner Ritter von Grabenhofen e del suo fido maggiore Siegfried Dodel.
          I trentatré ufficiali vengono ordinati per quattro in ordine di grado, obbligati a togliersi la giubba della divisa e fucilati al grido "Viva l'Italia".
          Il Colonnello Lanza e il Tenente Colonnello Cirino, per l'eroico ma infruttuoso tentativo di offrire la propria vita per salvare quella dei sottoposti, saranno successivamente insigniti della Medaglia d'Oro al Valore Militare alla memoria. Analoga ricompensa verrà concessa al Sottotenente Betti che, nonostante d'arma non combattente, è rimasto vicino al suo comandante senza sottrarsi al martirio. Tutti gli altri Ufficiali per l'eroico grido "Viva l'Italia" saranno insigniti con la Medaglia d'Argento al Valore Militare alla memoria.
          Il Generale Chiminiello col suo Stato Maggiore rimane a Borsh.
          La mattina del 3 ottobre una compagnia di tedeschi giunge a Borsh. Il Generale Chiminiello, stremato dalla lunga clandestinità, decide di inviare, al riparo di una bandiera bianca, una delegazione guidata da un ufficiale a parlamentare con i tedeschi. Vengono così catturati il Generale Chiminiello e tutti gli ufficiali dello Stato Maggiore e dei restanti reparti che avevano deciso di fermarsi a Borsh.
          Gli ufficiali vengono portati a Porto Edda per essere giudicati da una corte marziale presieduta dal Maggiore Dodel. Questi, prima escusse singolarmente tutti gli ufficiali compreso il Generale Chiminello, poi li giudica colpevoli di tradimento condannandoli a morte.
          La sentenza viene eseguita alle ore 16.45 di lunedì 4 ottobre 1943. Il Generale Chiminiello ed il Maggiore Bernardelli sono fucilati singolarmente dal plotone di esecuzione e poi finiti con un colpo di pistola alla nuca. L'esecuzione ha luogo sulla spiaggia di Baia Limione, una piccola insenatura poco a Nord di Porto Edda.
          I corpi vengono zavorrati e poi gettati in mare. Il mattino del giorno seguente tutti gli altri ufficiali, circa 120, vengono portati a Baia Limione dove subiscono la morte per fucilazione a gruppi di quattro. Anche i loro corpi vengono zavorrati e gettati in mare.
          Quindi, dall’8 settembre inizia la disintegrazione della Divisione “Perugia” che, dopo un calvario di stenti, umiliazioni e incertezze, vede i suoi ufficiali soldati assassinati a Kuç e a Baia Limione, e i suoi soldati massacrati a bordo del piroscafo Dubac o deportati nei campi di concentramento tedeschi e polacchi. Pochi riescono a tornare in Patria con le navi Dubac e Salvore, contribuendo alla liberazione del territorio nazionale, mentre quelli rimasti nei Balcani si uniscono alle formazioni partigiane di Tito, dando vita, insieme ai soldati delle altre unità disperse, alla Brigata Garibaldi.